Chi era Matteo?
Il secondo “ritratto” della nostra galleria di donne appartiene ad un’altra madre che ha sperimentato uno dei dolori più grandi nella vita, la perdita di un figlio in età giovane.
Tuttavia questa terribile vicenda è stata metabolizzata da Giusi Zoppi, che ha saputo trasformarla in spunto di riflessione e in insegnamento di vita, perché le famiglie imparino a “tracciare percorsi di inclusione” per ogni tipo di fragilità.
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Matteo era un ragazzo bellissimo che quando sorrideva cambiava il senso della mia giornata, scaldava il cuore.
Nato in una bella domenica d'agosto, era un bambino sereno, buono, pieno di amici, uno sportivo, bravissimo a scuola, un ragazzo molto intelligente.
Con l'adolescenza i primi problemi: lo sguardo era cambiato, la tristezza era entrata nei suoi occhi per non uscirne mai più.
Ha lottato molto contro tutti quei mostri spaventosi che aveva dentro e di cui non faceva parte...
Per anni ha combattuto e sperato di guarire, attraverso sedute, farmaci, preghiere... ma non c'è una cura contro il disagio mentale: la schizofrenia è un marchio terribile che ti fa isolare, ti allontana da tutti. La famiglia fa tutto ciò che può ma è sola.
Il mondo gira in fretta, andiamo tutti di corsa inseguendo falsi miti: la società ci vuole perfetti, brillanti e di successo. Non c'è spazio per chi è fragile, per chi resta indietro. Siamo portati a vedere la malattia e non la persona che ne è colpita, soprattutto la malattia mentale.
La solitudine diventa la compagna costante delle giornate di questi ragazzi.
Matteo non si è adattato a una vita in cui non c'era spazio per lui. Il disagio mentale non deve diventare una condanna ma è necessario "tracciare un percorso nuovo" dove l'inclusione sia l'aspetto fondamentale di una società civile.
Questa è la mia speranza.
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