Con gli occhi di Michela

(parte prima)

Non voglio raccontare una storia di sofferenza ma una storia di forza.
Quando penso a mia figlia, non vedo un letto d’ospedale.
Vedo il suo sorriso, la sua tenacia e la sua grande voglia di vivere.
Michela ha convissuto con la malattia fin da piccola. Una presenza costante, a volte insopportabile, ma non così forte da spegnere ciò che lei era davvero: una ragazza capace di sorridere anche quando il corpo cominciava lentamente a cedere.
Non era una forza rumorosa la sua ma gentile: era un grande amore per la vita.
C’è stata sofferenza, ci sono stati momenti duri, notti lunghe e in quei silenzi pesanti, tante preghiere, insieme io e lei. Poi, negli ultimi anni, quando anche la sua voce la stava lasciando, erano i suoi occhi a pregare.
Ma accanto a tanto dolore, campeggiava qualcosa di più grande: la sua straordinaria capacità di accettare ciò che non poteva cambiare. Incapace ormai di muoversi e quasi di respirare, Michela continuava a lottare e resistere!
Non ci ha mai chiesto “perché proprio a me?”. Ho sempre temuto questa domanda e pensavo e ripensavo al modo più semplice per spiegarle tutto. Ma anche in questo ha dimostrato una consapevolezza, una maturità, superiore alla sua età: non rassegnazione passiva ma prova di altissimo coraggio. Aveva capito tutto! I suoi diciotto anni sono valsi più di una vita intera.
Caterina Notarangelo

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