Cosa vuol dire essere figli?

Cosa vuol dire essere figli?

E' una domanda meno semplice di quanto sembri. Siamo abituati a parlare del ruolo dei genitori, sempre più presenti nelle cronache come vittime dei comportamenti sconsiderati dei figli. Gli episodi quotidiani di bullismo, depressione, psicosi e violenza sembrano confermare questa narrazione.
Ma se non fosse davvero così? Se dietro questa crescita inquietante di disagio ci fossero proprio i genitori?
Si è sempre detto che il carattere di una persona determina in parte la sua esistenza. Ma se il carattere non fosse altro che un insieme di informazioni assorbite nei primi anni di vita? E se i genitori fossero, spesso senza volerlo, gli artefici di scelte che i figli compiono senza piena consapevolezza?
Me lo sono chiesta molte volte. E osservando ciò che mi circonda, ho iniziato a vedere quanto spesso siamo noi adulti i modellatori ufficiali delle insicurezze dei nostri figli. Le nostre aspettative, le nostre paure, la nostra educazione si riflettono su di loro, che appaiono sempre meno pronti a farsene carico.
Un tempo si cresceva per strada, all’aperto, imparando a gestire lo scontro - verbale e talvolta fisico - con una naturalezza che oggi sembra perduta. Giocavamo con poco e ci divertivamo molto.
Oggi, invece, diamo tutto e forse troppo ai nostri figli. Eppure constatiamo che la loro vita non è migliore: spesso è più fragile, più esposta, più vulnerabile.
Perché non c’è più l’abitudine alla conquista, al sogno, alla fatica necessaria per ottenere ciò che si desidera davvero. Tutto è già pronto, disponibile, immediato. Non c’è nemmeno bisogno di chiederlo.
E così nasce una nuova forma di frustrazione: la frustrazione da mancanza di mancanza. Un vuoto che non deriva dal non avere, ma dal non aver mai dovuto desiderare davvero. Un vuoto che troppo spesso si trasforma in rabbia, in violenza, in incapacità di stare nel mondo.
Il punto non è colpevolizzarci, ma cambiare rotta. Ricominciare a educare al limite, alla pazienza, alla frustrazione sana, alla conquista. Riscoprire il valore del “non subito”, del “non ancora”, del “ci sto lavorando”.
Perché solo così i nostri figli potranno tornare a sentirsi capaci, liberi, vivi. Solo così potranno costruire un’identità che non crolla al primo ostacolo, un desiderio che non si spegne al primo “no”, un sogno che non si frantuma davanti alla fatica.
E noi, finalmente, potremo tornare a essere non fornitori di soluzioni, ma guide: presenze solide, non perfette; fari, non stampelle; adulti che mostrano la strada senza sostituirsi al cammino.
Forse è proprio qui che si gioca il futuro del rapporto tra genitori e figli: nel coraggio di restituire ai ragazzi la possibilità di diventare ciò che sono, e a noi la responsabilità - e il privilegio - di accompagnarli senza sostituirli.

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