Monterotondo (parte 2)
Il primo anno fu veramente un’avventura vissuta all’insegna dell’incontro- scontro con la nuova realtà. La prima esperienza fu immediatamente dopo il trasferimento: un’anta di un armadio cadde , toccando di striscio la mia testa e provocando una ferita non grande ma profonda. Corsa al pronto soccorso, con le mie bambine spaventate e piagnucolanti dietro perché non avevo a chi lasciarle, e conseguente impatto con la locale realtà ospedaliera: un edificio vecchio e malandato ( giusto per usare un eufemismo), con una sala d’attesa buia in cui, però, rimasi poco. Entrata , mi fecero sedere su un lettino coperto da un telo che, in origine, doveva essere stato bianco ma allora aveva un colore indefinibile, forse beige, con,qua e là, macchie sbiadite di origine sconosciuta. La dottoressa , gentilissima, dopo aver pure tagliato qualche ciocca, mi diede cinque punti di sutura e mi congedò, così tornai a casa.
Successivamente la conoscenza della realtà scolastica delle mie figlie: alle elementari, una passò da quattro insegnanti di discipline diverse alla maestra unica e il suo disorientamento fu grande; per fortuna la maestra era una persona in gamba e seppe porre rimedio alla situazione. L’altra bambina aveva finito le elementari e passò dunque alle medie, dove chiesi come lingua straniera l’inglese, dato che lo aveva studiato già per tre anni alle elementari, che in Lombardia allora , in via sperimentale, funzionavano come , per legge, oggi. Risultato: iscrizione alla sezione di Francese. L’impatto, questa volta, fu con la mentalità di chi gestiva la scuola, anzi le scuole, perché era uguale a quella che trovai nell’Istituto dove andai ad insegnare. Esisteva una realtà che mi limito a definire elitaria , sedimentata nel tempo e nella mentalità dell’utenza e dell’autorità scolastica. C’erano classi di serie A e di serie B, cui si accedeva per “nascita”, passatemi il termine; da una parte i figli dei professionisti locali, dall’altra tutti “ gli altri”. Per fortuna tale classificazione di serie diverse non veniva applicata agli insegnanti, tanto che a me, illustre sconosciuta, furono assegnate due classi di ragazzi “bene”.
Vivere a Monterotondo allora non era facile poiché, per ogni necessità, si doveva andare a Roma, e non c’era ancora il treno metropolitano, solo il bus o l’auto. Compresi così che, probabilmente, era la vicinanza di Roma che aveva reso asfittica questa cittadina, che non era riuscita a decollare tranne che per il costo delle abitazioni, considerate di immediata periferia romana. Pian piano, grazie anche alla mia professione, cominciai a conoscere molte persone, gentili ma piuttosto chiuse: in fondo ero quella venuta dal Nord, anche se, in realtà, tutto sono , oggi come allora, meno che settentrionale. Forse, negli anni vissuti in Lombardia, avevo assunto la mentalità pragmatica e lineare, scevra da bugie, sotterfugi e compromessi che, allora, quasi quaranta anni fa, qui era quasi del tutto assente; dominava, invece, una mentalità tipicamente “ papalina”, chiusa, conservatrice, contraria a ogni spinta innovatrice, volta al cambiamento.
Lo sperimentai soprattutto a scuola quando, con l’entusiasmo per il mio lavoro, cercai di cambiare strumenti didattici, introducendone di nuovi, certo più moderni e coinvolgenti e sostenni la proposta di alcuni colleghi per nuovi criteri di formazione delle classi, che ritenevo dovessero essere più eterogenee e non improntate all’omogeneità sociale e culturale. Mi trovai di fronte a un muro ostile, contro cui sembrava dovessero infrangersi tutte le proposte di cambiamento e innovazione e invece la presenza di colleghi, come me, appena arrivati, più giovani e, per fortuna più numerosi dei prof. “conservatori”, fece sì che le proposte dei “rivoluzionari” passassero a maggioranza e una ventata di novità entrasse finalmente in quella scuola.
Dopo due anni, a confermare il cambiamento, giunse il cambio di sede: finalmente lasciammo il palazzone con i suoi scantinati e ci trasferimmo nella nuova scuola, una costruzione moderna, bella e luminosa, in cui solo entrare era già gradevole. Monterotondo, un piccolo passo alla volta, cominciava a cambiare.
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