Illustrazione di una valigia lungo una strada che sale verso una cittadina collinare, con taniche d'acqua. Immagine generata con intelligenza artificiale a scopo illustrativo.
Immagine generata con intelligenza artificiale a scopo illustrativo.

Monterotondo

Ho ignorato l’esistenza di Monterotondo fino alla fine del 1986, anno in cui mio marito, vincitore di concorso, non fu assegnato in questa sede ed io, di conseguenza, fui costretta a fare domanda di trasferimento. Vidi per la prima volta questo paese nel luglio del 1987,durante un’estate torrida, caldissima, dopo un viaggio in treno terribile, soffocante, in vagoni arroventati, con vetri fissi , in cui l’aria condizionata non funzionava, neanche in prima classe. Scesi a Termini, 36 gradi all’ombra, ma a me sembrò di essere giunta in un’oasi, in cui il famoso Ponentino, pur se caldo, tornò a farmi respirare. Poi in macchina per andare a Monterotondo, percorrendo una via Salaria assolata e quasi deserta, in un tragitto che mi sembrò lunghissimo, sebbene fossero ( e sono ancora) solo 25 km. Infine apparve Monterotondo, lo Scalo per essere precisi, un agglomerato di case vecchiotte e bruttine, niente negozi, solo qualche bar e tabaccheria e, infine, l’albergo dove alloggiammo, Sette Archi.
Mi sentivo proprio scoraggiata da quel primo approccio ma ancora speravo che su, “al paese alto”, come diceva il portiere dell’albergo, le cose fossero diverse. Così andammo a Monterotondo alto, dove il Castello Orsini (che poi scoprii essere sede del Comune) dominava, allora come oggi, il paese. Percorremmo una strada ripidissima ( via Monti Sabini) con casa basse e vecchie, in cui sostavano grosse autobotti con accanto file di persone, apparentemente incuranti del caldo e munite di taniche di ogni misura: scoprii così, in un modo che mi mise l’ansia, che il paese in cui sarei venuta a vivere soffriva per carenza d’acqua. Quella fu la prima scoperta negativa, cui ne seguì subito un’altra : non si trovavano case da affittare, tutte in vendita a prezzi eccessivi per un piccolo paese, 31000 abitanti, tanti quanti ne faceva quello in cui avevo vissuto fino ad allora, ma all’altro capo dell’Italia, al Nord. In comune c’era la carenza di alloggi in fitto, solo che io la casa, in Lombardia l’avevo ma a Monterotondo no. Passai tre giorni, con mio marito, a battere in lungo e in largo il paese, in cerca di casa ; trovammo abitazioni piccole , spesso malandate ma “mobiliate”, solo perché dentro c’era qualche vecchio divano o un’usurata cucina in formica, forse degli anni ’60. Niente case insomma ma anche niente per tante altre cose: niente grandi supermercati, una realtà diffusissima al Nord, ma solo botteghe; quasi inesistenti i negozi di abbigliamento e accessori, in compenso tante “norcinerie” e osterie, pizzerie e piccoli ristoranti, secondo me esagerati per un pese così piccolo e carente di servizi e, incredibile, ben tre farmacie comunali.
La scuola dove avrei dovuto insegnare, poi…
Venivo da un Tecnico Agrario all’avanguardia, come lo erano allora tutti gli Istituti Agrari in Lombardia, regione industriale, sì, ma soprattutto a vocazione agricola con estensione enorme di campi coltivati e allevamenti modernissimi. L’Istituto dove insegnavo aveva serre grandissime, dove si esercitavano gli studenti, con tetti meccanizzati che si aprivano o chiudevano a seconda del clima mentre i prodotti delle serre venivano venduti per incrementare le entrate della Scuola, che aveva amministrazione autonoma. Così, per dire…
A Monterotondo la mia nuova scuola si trovava al piano terra e… negli scantinati di un palazzone di cinque piani, e avrei in seguito scoperto che la mia aula si trovava appunto sotto il livello di strada con piccole aperture che davano in un garage, tanto da essere definita “aula bunker”, in cui le classi ruotavano per tempi brevi proprio perché invivibile. Mi sono sempre chiesta chi mai abbia potuto concedere il permesso di ospitare ragazzi in locali come quello.
Insomma una realtà diversissima da quella in cui avevo vissuto fino ad allora e che mi parve squallida tanto che il pensiero di non trovare casa mi fece quasi piacere, non volevo tornare indietro nel tempo in quello che mi sembrava un mondo che avevo lasciato da più di dieci anni! E invece, proprio l’ultima sera prima di partire , come per incanto ( io dico invece come era scritto nel nostro destino),dopo aver visitato l’ennesima casa, un costruttore locale ci disse che, visto che non potevamo acquistarla, ce l’avrebbe data in fitto, e ci consegnò anche le chiavi, Così, con grande sollievo di mio marito ma grande rammarico, forse quasi angoscia da parte mia, l’indomani rientrammo in Lombardia per preparare il trasloco. A Settembre del 1987 cominciò la mia avventura a Monterotondo.

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