Parità incompiuta
Ho iniziato quando essere donna al lavoro significava dover dimostrare sempre qualcosa di più. Ho visto spesso colleghe brave e preparate riuscire a tenere insieme, senza mai lamentarsi, riunioni di lavoro, casa, figli, esigenze familiari, talvolta genitori bisognosi di assistenza; ho visto la professionalità diventare spesso un esercizio di equilibrio invisibile. Credevo, sinceramente, che dopo quasi mezzo secolo quell’equilibrio sarebbe stato riconosciuto, sostenuto, normalizzato. Certo, son stati compiuti molti passi avanti, ma dopo tante battaglie culturali, professionali e sociali speravo che il divario fosse ormai alle nostre spalle ma, invece, continua ad essere una realtà del presente.
I numeri parlano chiaro: in Italia lavora il 53,8% delle donne tra i 15 e i 64 anni, contro il 71,2% degli uomini. Il divario è di oltre 17 punti percentuali. Ancora più sconfortante è il confronto europeo: nell’UE l’occupazione femminile raggiunge il 66,6%, quasi tredici punti in più rispetto all’Italia. Il nostro paese continua ad occupare le ultime posizioni in Europa proprio a causa della bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro.
Per comprendere il significato di questi numeri, occorre ricordare da dove veniamo. Per secoli, nella società patriarcale, il ruolo delle donne è stato confinato alla sfera domestica: a loro era affidata la cura della casa, dei figli, degli anziani, mentre lo spazio pubblico, il lavoro, il potere economico e politico erano prerogativa maschile. Perfino il diritto allo studio, all’autonomia economica e alla partecipazione politica è stato conquistato lentamente e non senza difficoltà. In Italia il diritto di voto per le donne arrivò solo nel 1946 e, per molti anni ancora, l’idea stessa di una donna pienamente realizzata attraverso il lavoro fu guardata con sospetto. Pian piano, negli anni, si sono succedute altre conquiste, l’accesso alla magistratura nel 1963, il divorzio nel 1970, la riforma del diritto di famiglia, che riconobbe la parità tra uomo e donna, nel 1975.
Le giovani donne, però, già in concomitanza con la rivolta studentesca del 1968, avevano rivendicato sempre di più i propri diritti, studiando, lavorando, costruendo carriere e dimostrando ogni giorno che competenza, capacità e responsabilità non hanno genere.
Tuttavia molte lavoratrici ancora oggi sono costrette a ridimensionare o interrompere la propria carriera quando diventano madri, per mancanza di servizi adeguati, ad accettare il part-time non per scelta ma per necessità, a veder rallentare la propria crescita professionale nel momento in cui dovrebbero poter raccogliere i frutti dell’esperienza. Non è dunque un caso che la maternità continui a rappresentare uno dei principali fattori di fragilità occupazionale.
È un vero e proprio paradosso: le donne italiane raggiungono livelli di istruzione sempre più elevati e rappresentano una risorsa fondamentale per lo sviluppo economico e sociale del Paese, ma non ne vengono valorizzati il talento e le competenze, disperdendo così energie e rinunciando a crescita, innovazione e competitività.
Non è difficile dunque rendersi conto che i numeri dell’Istat in realtà raccontano non solo la condizione della donna italiana rispetto a quella delle altre donne europee ma, purtroppo, un’altra scomoda verità: la società patriarcale non è scomparsa, ha semplicemente cambiato volto. Non impone più apertamente dei limiti, come in passato, ma continua a manifestarsi attraverso stereotipi: incarichi assegnati in modo diseguale, percorsi professionali più difficoltosi e aspettative sociali che gravano soprattutto sulle donne.
Questi divari non sono più accettabili, la parità non può essere soltanto un principio costituzionale o una dichiarazione d’intenti, deve tradursi in opportunità concrete, salari equi, servizi efficienti e reali possibilità di crescita professionale.
Rimane ancora molto da fare: finché una donna su due sarà esclusa dal mercato del lavoro o costretta a scegliere fra carriera e famiglia, anzi, per essere chiari, tra maternità e lavoro, la parità sarà ancora un traguardo incompiuto. L’Italia non può più permettersi di formare eccellenze femminili per poi perderle tra un part-time non scelto, uno stipendio non adeguato e un asilo che non c’è.
M. P.