Autunno in Sabina
Gattaceca, il bosco dei sensi
Per me, che non amo affatto l’estate, sentire che la stagione declina verso l’autunno è come aspettare l’arrivo di un vecchio amico, di cui si è tanto avvertita la mancanza.
Tutto cambia, si trasforma: colori, odori, suoni che si ribellano agli eccessi dell’estate per cercare toni più morbidi, più sfumati e soffusi. In città il cambiamento viene vissuto con sollievo soprattutto per la fine del caldo, tutto il resto passa sotto tono; basta però allontanarsi dal caos urbano e guardarsi intorno per vedere un altro mondo. E’ la stagione in cui la Sabina, ormai mia terra d’elezione, cambia volto e si veste di colori straordinari. Percorrere le strade che si snodano tra le colline è come entrare in un dipinto vivente: i boschi si accendono di giallo che sfuma nell’arancio che, a sua volta, si tinge di rosso, mentre la luce morbida delle giornate autunnali rende tutto più intenso e suggestivo.
Uscire al mattino presto, quando una leggera foschia avvolge ancora le vallate, è un vero e proprio piacere dei sensi. Profumi muschiati, intensi, esalano dalla terra umida coperta di foglie quando si va per i sentieri; nei borghi sabini, invece, a fare da bussola sono odori più familiari, la prima legna che brucia nei camini, il mosto lontano e poi lui, l’olio nuovo, pungente e verde come il suo sapore, che "pizzica" in gola. "E’ buono se pizzica", dicono ridendo nei frantoi e raccontano anche del Grande Vecchio, l’ulivo di duemila anni con sette metri di tronco, contorto come la sua storia raccontata chissà quante volte.
Gli odori vanno per le stradine del borgo, rincorrendosi, mescolandosi secondo il vento, ora con la nota acre della sansa ora con quella aromatica della legna che brucia nei camini, fra i muri di pietra grigi che, all’improvviso, si allontanano sullo scorcio di una vallata di ulivi verde argento, oltre i quali il foliage esplode in mille tonalità. Basta osservare il contrasto fra quei colori per comprendere quanto sia speciale quella terra.
E’ la Macchia di Gattaceca, meta prediletta e familiare per chi vive in Sabina. L’odore precede il bosco, è denso, di terra smossa e foglie marcescenti, dolciastro e acido insieme. E sotto, più profondo, un sentore di funghi nascosti, di corteccia bagnata: respirare, qui, è quasi bere. Appena oltrepassato il margine del bosco, ogni rumore si dissolve, svanisce, resta soltanto il fruscio delle foglie e il canto lontano, o forse vicino, di qualche uccello.
Poi dentro il bosco. I cerri e i farnetti intrecciano i rami in una galleria che cambia la densità e la profondità della luce, polvere dorata che danza nell’aria senza mai posarsi. A terra le foglie, non banalmente gialle o rosse ma giallo senape contro il tronco scuro, arancio bruciato se tremano al vento, ruggine se si staccano e volteggiano nell’aria prima di giungere in terra. Il cielo appare e scompare a ritagli, azzurro pallido tra i rami spogli. E dopo i colori, i suoni: i passi, che affondano nel tappeto di foglie con uno scricchiolio secco, netto, danno la dimensione del silenzio tanto da poter ascoltare anche il proprio respiro, sovrastato dal mormorio alto dei rami spogli. In lontananza forse un picchio, tre colpi, pausa, tre colpi, sempre uguale, sempre diverso.
Ed è impossibile non sentire attraverso il tatto: la corteccia ruvida e fessurata del cerro, l’aria fredda e umida che si posa sulla pelle come un velo, i rovi che si attaccano agli abiti.
Il cammino procede lento, senza fretta, il bosco invita a fermarsi, ad osservare, ad ascoltare quasi in una dimensione fuori dal tempo, con una serenità dimenticata. Si, perché in questo luogo il tempo segue regole diverse, le ore non contano, contano invece i dettagli: una foglia che volteggia lentamente, una brezza improvvisa, un raggio di sole che filtra tra l’intrico dei rami. Tutto sembra far parte di una storia antica, raccontata, stagione dopo stagione, dagli alberi e dalla terra.
Ecco, questo suggeriscono le colline e i boschi Sabini: la consapevolezza di trovarsi di fronte a un equilibrio raro tra natura, storia e memoria.
M. P.
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